Quando il talento non viene ucciso dal doping

La storia immaginaria di uno sportivo doc.

“Avevo talento. Ero uno sportivo fin da giovane destinato a diventare uno dei migliori.

Così, dopo i primi anni vissuti da assoluto protagonista, senza incontrare avversario che mi tenesse testa e con la strada spianata verso il successo, è arrivato il meritato riconoscimento: osannato da tutti e sollecitato a migliorare giorno dopo giorno. Bruciando le tappe, continuavo ostinato ad impegnarmi sempre più nella mia carriera.

Con il passare del tempo, però, non tardarono ad arrivare le prime difficoltà.

L’eccessivo allenamento in età precoce mi portò una serie di problemi ed infortuni che furono di non poco conto.

Sempre più spesso venivo superato da quegli atleti che fino ad allora non erano mai stati alla mia altezza. Si moltiplicavano le delusioni personali e quelle dell’ambiente che mi circondava, lo stesso che da sempre aveva avuto in me grandi aspettative.

Ora iniziavano a non confortarmi più, anzi mi criticavano. Caddi in un tunnel che sembrava senza uscita.

E come molte volte accade nell’ambiente dello sport, ero diventato uno dei tanti predestinati non in grado di mantenere le aspettative.

Dopo l’ennesima delusione, sentii in me il bisogno di una rinascita sportiva: iniziai a confidare nell’idea che per risalire ad alti livelli sarebbe stato utile ricorrere a “scorciatoie”, come facevano molti altri atleti, della cui situazione ero ben a conoscenza.

Così – incoraggiato anche dai alcuni miei compagni – iniziai a prendere contatti con “consulenti” esperti in sostanze dopanti.

Quante sostanze, quante soluzioni facili erano ora alla mia portata!

Ne ero consapevole. Come ero consapevole che cedendo alla tentazione del doping non avrei fatto altro che entrare a far parte di quel sistema illecito, contribuendo alla decadenza dei valori intrinsechi dello spirito sportivo.

Per fortuna si fecero sentire i miei sensi di rimorso, cresciuti al solo pensiero di una mia rinascita sportiva grazie all’uso del doping.

Ebbi paura delle conseguenze dannose per il mio fisico, che il doparsi comporta ed iniziai a pormi una serie di domande.

Domande le cui risposte mi portarono alla scelta di fare ciò che era giusto.

Fu in quel momento che compresi che il cedere mi avrebbe condotto all’inizio della fine.

Decisi di giocare pulito, cercando di tornare l’atleta che ero in passato, combattendo lealmente e con le mie sole forze. Perché il talento, io, ce lo avevo nel sangue.”

Simone A. – Liceo Classico Dante Alighieri

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